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La morte del questionario all’epoca del LSRS Featured

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12 Mar 2021

1. Perché un buon questionario ha bisogno di bravi intervistatori

Parliamo - per ragioni che saranno chiare a breve - della scomparsa degli intervistatori.

Un buon questionario, ottimamente concepito dopo un lungo e accurato percorso di concettualizzazione, redatto con ogni possibile cura, testato, somministrato a uno splendido campione estratto con perizia… non può funzionare senza intervistatore per il semplice motivo che è uno strumento eminentemente sintattico, e quindi con altissimi margini di interpretabilità da parte di intervistati diversi per età, istruzione, stili di vita e moltissimo altro, inclusa l’eventualità di essere intervistati durante un feroce mal di testa, all’indomani del licenziamento o dopo un litigio per il parcheggio. Il problema dell’interpretazione, tipico di tutti gli approcci sintattici, è plasticamente rappresentato dal questionario, con la sua necessaria standardizzazione, il testo scritto, le scale e via discorrendo; il testo del questionario esprime la sintassi del ricercatore, con la sua semantica sottostante; poi quella medesima sintassi viene letta dall’/all’intervistato, da lui “tradotta” dalla/nella propria semantica; l’intervistato, a partire dalla sua semantica e pragmatica risponde, la risposta viene resa in forma sintattica identica a quella della domanda (p.es. in lingua italiana) che il ricercatore considera come se esprimesse una semantica coerente con la sua.

Ho provato a rappresentare la questione nella figura 1:

Fig. 1 Semantica e pragmatica nel questionario senza mediazione dell’intervistatore

 Fig 001

Esiste una sterminata letteratura linguistica sull’argomento, solitamente ignorata dai costruttori seriali di questionari e spesso sottovalutata anche da ricercatori più esperti, se non altro perché prendere in seria considerazione il problema linguistico significa mettere in discussione la validità stessa di molti impianti di ricerca sociale.

Gli intervistatori (bravi, motivati, ben pagati, ça va sans dire) sono l’unica strategia di somministrazione che permette di contrastare (non eliminare) il vulnus insito nel questionario (figura 2).

Fig. 2 Semantica e pragmatica nel questionario con la mediazione dell’intervistatore

 Fig 002

È del tutto evidente che l’intervistatore, ponendosi come facilitatore e mediatore della comprensione della domanda (della sua semantica o - più raro ma possibile - della sua pragmatica) entra nel contesto dell’intervista perturbandolo.

Per quanto mi riguarda, le paturnie cosiste, positiviste, comportamentiste non mi turbano punto. Se non è chiaro che la ricerca sociale interviene sempre e comunque nel contesto indagato, meglio darsi alla chimica… Ciò detto, occorre scegliere entro un dualismo assolutamente chiaro: o si insegue la purezza immaginaria di un pensiero mitico dell’intervistato, latente da qualche parte nel suo cervello e solo da estrarre da parte di un bravo ricercatore (questa immagine può essere traslata anche fuori dal contesto del questionario, adattandola ad altre pratiche di ricerca), oppure la ricerca sociale smette di inseguire la verità (qualunque cosa intendiate con tale termine, reale, simbolico, aforistico…) e approda alla sua reale vocazione: costruire domande, comporre scenari, allestire ipotesi probabilistiche, e quindi co-costruire tali domande, scenari e ipotesi con gli attori sociali che si muovono nella complessità contemporanea, allo scopo di produrre conoscenza.

In questa visione costruttivista, fenomenologica, della sociologia e della ricerca sociale, il ruolo dell’intervistatore diventa fondamentale per aiutare gli intervistati a superare le rigidità della sintassi (e dello scontro fra le differenti grammatiche in gioco) approdando quanto meno al livello della semantica.

La questione, in termini generali, si può quindi così riassumere: tutta la ricerca sociale tratta di relazioni umane, e quindi di semantica e pragmatica; se le trattiamo solo sotto il profilo sintattico avremo gruppi di lavoro (focus group, nominal group technique e molte altre) ridicolmente concordi o comunque appiattiti sulla volontà del ricercatore, e questionati destinati a “scoprire” sempre e solo l’ovvio, perché interamente già inscritto nella sintassi del ricercatore. Tutta la ricerca sociale è opera di avvicinamento di mondi e quindi deve essere realizzata dal ricercatore che diventa, sempre, anche mediatore e facilitatore. La peculiarità del questionario impone solitamente una “moltiplicazione dei ricercatori” sotto forma di intervistatori, a meno che il ricercatore non abbia tempo, pazienza e tigna per far tutto da solo o quasi, il che si scontra col LSRS (liberismo selvaggio della ricerca sociale) di cui parlerò poco più avanti.

Quindi, per quanto riguarda il nostro quesito principale: il ricercatore fa tutte le cose per bene come scritto sopra; l’intervistatore adatta la domanda all’intervistato (semmai in seconda battuta), lo aiuta a comprendere cosa esattamente voglia il ricercatore e a formulare bene la sua risposta; quindi - se il questionario è strutturato - sceglie fra le risposte disponibili quella che meglio si attaglia a quanto detto, liberamente, dall’intervistato (o scrive la risposta nel caso di domanda aperta, pone annotazioni, etc.).

Senza intervistatore cade la possibilità di questa facilitazione, e tutti i meccanismi relativi alla comprensione-risposta sono lasciati alla casualità. Anche il cattivo utilizzo degli intervistatori può indurre un analogo errore. Occorre segnalare che agendo sul piano linguistico (e quindi dei valori veicolati dal linguaggio), questa distorsione non è stimabile e correggibile, ex post, da qualche sapiente statistico possessore di qualche favoloso strumento correttivo.

2. La scomparsa degli intervistatori coincide con la scomparsa dei questionari

Ormai misuro in decenni il tempo trascorso dall’ultima ricerca da me fatta o letta con questionari-intervistatori. Sono certo che questo autentico reperto archeologico, come la Lettera 32 e le collezioni di francobolli, sopravviva in qualche ateneo, oltre che nella pratica di qualche consapevole ricercatore che si trova nelle condizioni esterne di poterle fare (ci sto per tornare). Fuori da questi eccellenti, nobili e rarissimi esempi, la ricerca sociale ha prima scotomizzato i ricercatori e poi l’essenza dei questionari, che sopravvivono nella forma deteriore e miserevole che descriverò a breve. Per realizzare infatti i questionari come indicati sopra, non solo occorrono soldi, tempi ed energie assolutamente incompatibili con le esigenze pratiche contemporanee, ma occorre, prima di tutto (prima ancora di domandarsi se si hanno i soldi) una concezione costruttivista della ricerca sociale o, quanto meno, una concezione lontana dal cosismo positivista.

Il punto cruciale da comprendere è che la scomparsa di tale concezione, e le conseguenze sui questionari, non riguarda semplicemente qualche esoterico cambio di paradigma degli scienziati sociali, ma un più prosaico ed essoterico stile “pratico” della comunità dei fruitori dei prodotti sociali: politici ed amministratori pubblici principalmente, poi manager, valutatori (ed altri ricercatori operativi) comunicatori (questi ultimi hanno circa l’82,3% delle responsabilità complessive).

Il problema è che costruire domande, scenari, ipotesi come scritto sopra, riguarda una società aperta, che accoglie la complessità, che cerca il confronto attraverso l’argomentazione di tesi, che impara dall’esperienza. Tutto questo è stato appannaggio di élite, cenacoli, scuole di pensiero minoritarie. E per un periodo breve e felice, quello del liberalismo scientifico: impariamo, condividiamo, cresciamo!

Oggi una serie di diverse circostanze induce a cercare, al contrario, risposte, brevi, semplici, dirette. Possibilmente stereotipate e a ben guardare già note, così rassicurano.

La ricca eterogenesi che ha prodotto questo risultato è composta eminentemente dalle tecnologie del click, dalle risposte a tutti i quesiti più uno dell’Internet 2.0, dal permanere di un apparato amministrativo arretrato, da un’accademia troppo spesso accondiscendente (un esempio per tutti: la canea accademica che ha santificato il focus group, rendendolo “scientifico”, e i disastri immani che ciò ha provocato). E dalla caduta del muro di Berlino, naturalmente. Vale a dire: come tale caduta ha fatto sparire i Bresnev sostituendoli coi Putin, così il pensiero sociologico degli ultimi decenni ha fatto sparire il positivismo classico sostituendolo col peggior praticume approssimativo.

Questa è l’epoca del liberismo selvaggio della ricerca sociale (LSRS): sbrigatevi, siate retorici, non sollevate problemi, raccontateci ciò che vogliamo sentirci dire, fatturate.

I questionari, fra l’altro, costano troppo, sono troppo lenti e - se fatti bene - rendono evidente la complessità e impossibile il suo camuffamento.

Se fatti male, invece, producono tonnellate di dati totalmente inutili ma accontentano tutti, soddisfano la comunicazione e sono servili. E come si fa, male, un questionario? Ovviamente ipersemplificando la sua costruzione, appiattita su luoghi comuni e sulla sintassi più banale e - necessariamente - escludendo i facilitatori, i mediatori, ovvero gli intervistatori. E poiché sono disponibili dozzine di strumenti on line per allestire [pseudo]questionari e diffonderli erga omnes (la cultura del click), ecco fatto! Facciamo un questionario? Chiediamo questo e anche quest’altro, buttiamolo sulla piattaforma e facciamolo circolare fra qualcuno, e sempre viva l’SPSS!

3. La morte dei questionari indica la sconfitta della ricerca sociale

Andando ora fuori tema vorrei segnalare che l’evidente morte del questionario riguarda, assai più in generale, la sconfitta atroce della ricerca sociale nel mondo contemporaneo. Oggi non si fa più ricerca ma inchieste, sondaggi, robette di facile fruizione sulla Rete, semmai gestite da colossi internazionali. Chi per lavoro o curiosità compulsa la Rete trova dozzine di “dati”, “risultati”, “evidenze” sugli argomenti più stravaganti, indici di Qualchecosa, indicatori di Qualchecosaltro, per riempire le zone basse dei quotidiani on line in cerca di click. La politica si fa attraverso i sondaggi; la valutazione si fa principalmente con risibili focus group e pseudo-questionari; la rubrica astrologica è quasi più seria…

Gli illustri professori che leggeranno questa nota possono naturalmente dissentire alla luce delle loro bellissime ricerche di ateneo, di quelle dei loro dottorandi, di qualche collega. Mi permetto di dir loro che si illudono, non certo sulla qualità del loro lavoro quanto sulla loro funzione sociale. La frattura culturale, oltre che sociale e tecnologica, del Terzo Millennio, ha escluso dal mondo reale, fra le altre cose, la figura dell’intellettuale che argomenta e dubita, a favore dei comunicatori che asseriscono e forniscono certezze. Oggi ha vinto il LSRS, e chi fa cultura, ricerca, chi propone argomentazioni, chi solleva domande, chi indica “il metodo” può essere tollerato finché resta in un polveroso ateneo, ma è comunque sconfitto appena cerca di dare conseguenze pratiche al proprio lavoro. Ho discusso a lungo altrove le ragioni e i meccanismi di questa frattura e non è il caso di riprendere qui quei pensieri.

Il fatto è che nessuno, ma proprio nessuno, è disponibile a mettere sul tavolo 50-100.000 Euro per una bella ricerca, con un questionario (o altro) fatto bene, con delle pagine da leggere (!!) che poi non danno neppure le risposte cercate, per le quali si aveva così generosamente pagato e pretendono, al contrario, di suscitare PENSIERI!

Claudio Bezzi,

12 marzo 2021

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