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Il mio mestiere è la valutazione [dell’efficacia, dell’efficienza…] delle politiche pubbliche [programmi, progetti, pubblici o di ONG]. Mi chiamano perché dica, ai responsabili di una politica, se hanno fatto o stanno facendo bene, cosa non ha funzionato e perché. Qualche volta, anziché essere chiamato, partecipo a bandi. E questa era la premessa per contestualizzare.

Qualche giorno fa ero a Roma con i colleghi della Centrale per rispondere a due bandi particolari, con le seguenti prerogative:

  • ampi, anzi: amplissimi come popolazione target e territorio coinvolto;
  • oscuri, anzi proprio confusi, come accade quando per qualche motivo un Ente mette dei soldi non sa bene perché, per fare cose benemerite che non si sa affatto se funzioneranno;
  • urgenti; come sempre ci siamo trovati pochi giorni a disposizione per scrivere.

L’ultimo punto è un mix di colpe amministrative dell’Ente appaltatore e ritardi cronici del soggetto proponente e non vale la pena parlarne. I primi due punti, invece, sono tipici dei programmi complessi che sono, di regola, programmi di intervento sociale (in senso lato: welfare, sanità, lavoro, formazione…), come nel caso che vi sto raccontando.

sintesi creativa 1La figura (a sinistra) intende mostrare simbolicamente il problema: aree percepite e aree (che ci sono anche se non sono chiaramente percepite) che possono avere molta rilevanza; concetti sovrapposti e altri poco definibili; effetti intervenienti difficili da identificare.
La risposta del valutatore affronta quindi una duplice barriera:
•quella della complessità insita in ogni contesto sociale;
•quella dell’interpretazione che di quella complessità ha già dato l’Ente banditore, interpretazione che si evince dalle descrizione (più o meno buona) dell’oggetto di valutazione, dai vincoli e dalle indicazioni proposte, che non possono essere ignorate dal valutatore. 

Di fronte a questa [confusa] complessità, il valutatore deve dare - al contrario - una risposta organica, addirittura schematica, razionalista, causalista (dato il problema A con l’intervento B si otterrà la soluzione C). Insomma, qualcosa così. 

La risposta analitica
La figura (a destra) intende sottolineare un approccio analitico al problema della progettazione: si vedono tutti i pezzi indicati dal committente (e - se si ha un po’ di esperienza - anche altri), e ad ognuno di questi si dà una risposta specifica. Il macro-problema che ha generato il bando riceve delle risposte parcellizzate: un’indagine (per esempio) su un aspetto rilevante, un’altra fase di ricerca su un secondo aspetto rilevante e così via, a seconda delle richieste del bando, del budget disponibile e delle capacità ideative del proponente (il valutatore che scrive il progetto cercando di vincere il bando). sintesi creativa 2

Ammettendo subito di avere partecipato a molte gare con progetti scritti così, occorre dire che l’approccio analitico non è il massimo per questo motivi:
• essendo di tipo logico-razionalista è solitamente ripetitivo; questo pensiero tende a cristallizzarsi su determinati schemi, nel senso che “vede” sempre le stesse cose tendendo a dare le stesse risposte;
• i vari “pezzi” potrebbero non coprire [semanticamente] l’intero problema oggetto dell’intervento; anzi, non succede proprio, è impossibile, e nessuno può sapere il peso - nel complesso del problema - di quelle parti trascurate;
• è illusorio considerare la somma delle parti esplorate (anche se coprissero tutto il problema) come coincidente alla risposta globale, d’insieme. Tutto è parcellizzato; abbiamo risposte specifiche che potrebbero funzionare tutte nella distinzione, ma non funzionare come insieme.
Non si sta dicendo che il pensiero analitico sia errato, o anche semplicemente inferiore a quello sintetico. Questo è il tipico processo di problem solving, che riguarda, per esempio, anche il quadro logico e il paradigma lazasferdiano. 

La risposta sintetica
La risposta sintetica (a torto chiamata anche “intuitiva”, “convergente” e in altri modi) è ovviamente il contrario e si pone come sistemico, olistico, organico (concetti differenti, sia chiaro). Vale a dire che cerca di cogliere, al di là dei singoli elementi evidenti (sui quali è attratta la nostra attenzione, e quindi diventano confusivi) i fattori trasversali che li collegano e - si badi - che danno un senso unitario al progetto e quindi alla capacità di valutarlo e gestirlo nella sua unitarietà.
La figura che segue propone - sempre simbolicamente - il pensiero sintetico e i suoi principali risultati, assai meno significativi nell’aproccio analitico:
Il pensiero sintetico, a differenza di quello analitico, è meno “logico”, è più difficilmente oggetto di un apprendimento razionale. È abduttivo. È creativo. “Pesca” sulle conoscenze pregresse, anche tacite, e solitamente appare alla coscienza in modo subitaneo. Nel processo elaborativo di cui parlavo all’inizio questo è successo: leggere la proposta messa a bando, girarci con circospezione attorno, avere l’idea, quasi la visione, direi, per poi approfondirla con approccio analitico, per poi tornare alla visione d’insieme…
sintesi creativa 3La qualità progettuale ne risente. Nel senso che diventa stupenda, sistemica, organica, capace di rivelare allo stesso committente elementi e aspetti sottotraccia e non pienamente chiari. La qualità progettuale diventa, paradossalmente, rischiosa, perché occorre un esaminatore capace di cogliere questa visione complessiva, e che voglia realizzare quindi una valutazione non banale.



 

 

 

 

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