Dopo non pochi decenni di dibattiti, pratiche, convegni, libri e articoli, corsi, perfezionamenti, bandi pubblici, scuole accademiche fieramente contrapposte, è arrivato il momento di chiederci cosa sia davvero, veramente, la valutazione.
Non c’è assolutamente nulla di provocatorio nella domanda, tanto più che proviene da uno che la valutazione l’ha fatta, praticata e predicata per un numero non indifferente di anni.
Per sviluppare il discorso partirò dalla mancanza di un’identità disciplinare nella valutazione e, attraverso alcuni passaggi, indicherò poi nel metodo il punto di caduta, unico e imprescindibile, di tutti i valutatori. Chiuderò poi indicando quella che secondo me è l’unica caratteristica che differenzia la valutazione dalla ricerca sociale non valutativa, ovvero la definizione del mandato valutativo.
La valutazione non è una disciplina scientifica
Per arrivare al cuore del problema bisogna cominciare col dire che la valutazione non è una disciplina scientifica, perché attinge interamente da altre discipline (principalmente sociologia ed economia, ma anche molte altre) senza costituirsi come nuova; siamo – a mio avviso – anche oltre la transdisciplinarietà dichiarata da Scriven (The Concept of a Transdiscipline: And of Evaluation as a Transdiscipline, 2008, lo trovate qui) che ha l’intento di nobilitare la valutazione, in fin dei conti, proprio come corpo identificabile. Anche se questa molteplicità di apporti, riverberata nella valutazione, è sempre stata uno degli elementi più affascinanti di questo oggetto di studio e di pratiche, qualificare questa pluralità come ‘transdisciplinare’ non basta a mostrare che essa costituisca un corpo disciplinare unitario e coerente; e chi ha studiato valutazione, chi l’ha praticata per anni gomito a gomito con colleghi di altri settori, sa bene quanto sia proficua la contaminazione, come sa che non si ‘fonde’. Com’è noto non esiste un criterio certo, chiaro, universalmente accettato, per definire una disciplina, o per distinguerla da altre contigue. Sono le comunità scientifiche che, in modi diversi, si organizzano e istituzionalizzano condividendo certo, almeno in parte, concetti e metodi, ma entro un quadro epistemologico (non necessariamente unitario) che i padri fondatori adottano, assicurando a una comunità nascente la continuità nel tempo e un linguaggio di base condiviso. Le discipline scientifiche sono, in pratica, ciò che gli studiosi contribuiscono a istituzionalizzare, probabilmente con uno statuto accademico e – questo è fondamentale – acquisendo un ambito di potere (oltre allo stranoto Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, vorrei ricordare Pierre Bourdieu, “The specificity of the scientific field and the social conditions of the progress of reason”, 1975, Social Science Information, 14(6), pp. 19–47, che tratta del fondamentale tema del potere in campo scientifico). Nel campo valutativo abbiamo, sì, associazioni ovunque nel mondo, e riviste, e anche una certa offerta universitaria, ma mi sembra di poter affermare che si tratti di un’istituzionalizzazione debole, frammentata, incapace di assumere un ruolo nell’alveo delle discipline meglio caratterizzate. Prendiamo per esempio l’offerta universitaria: almeno in Italia mi sembra sporadica, spesso gregaria entro tematiche più ampie (per esempio: “Laurea magistrale in Metodologia, organizzazione e valutazione dei servizi sociali”, a Trento) e, questo è significativo, gli insegnamenti specifici afferiscono a settori differenti, coerentemente con questa debole identità disciplinare (la Statale di Milano, per esempio, colloca l’insegnamento valutativo nel settore Scienza politica, mentre Bologna lo colloca nel settore GSPS-05/A, sociologico).
Quindi possiamo comprendere che la valutazione altro non è che un punto di intersezione fra elementi disciplinari differenti, o loro frammenti (ma tutti appartenenti alle scienze umane e sociali), che vanno continuamente ricombinandosi a seconda degli interpreti (un sociologo attingerà da determinate teorie e concetti, un economista in parte da quelli ma poi da discipline a lui più congeniali), senza mai definirsi compiutamente in un corpus accettato da una base sufficiente di studiosi. E se questa difficoltà a costituire un nucleo teorico e metodologico sufficientemente condiviso, almeno nel breve termine, è tipica di tutte le scienze sociali, figurarsi in un terreno, come la valutazione, costituito da molteplici professionalità, molteplici discipline e molteplici scuole di pensiero. Molti studiosi hanno descritto la varietà epistemologica entro la valutazione (per esempio Shadish, Cook e Leviton, Foundations of Program Evaluation. Theories of Practice, 1991) che, se è certamente ricchezza cognitiva, rende difficile descrivere la valutazione se non come sola ricombinazione di materiali esterni.
Quindi non troveremo il senso della valutazione, o una qualsivoglia unitarietà distintiva, nel suo corpus teorico e concettuale.
La giostra degli approcci e delle teorie valutative
Bisognerà pure che incominciamo a dirci che questa frammentazione di approcci, il fiorire di scuole e la creatività nel nominarle, nascondono a volte delle cose povere, poco utili, ingenue, epistemologicamente fragilissime. I colleghi americani sono più chiari, anche fra di loro; noi italiani siamo molto ma molto più ipocriti nella critica. Ricordo a questo proposito un dibattito di molti anni fa comparso sull’American Journal of Evaluation, 26(3), pp. 408–431; Scriven e Patton, in due recensioni collegate, fecero a pezzi il povero Fetterman che aveva scritto – con Abraham Wandersman – un libro intitolato Empowerment Evaluation Principles in Practice, 2005; c’era ovviamente – gli anglosassoni hanno inventato il fair play – la replica, debolissima, del povero Fetterman seguita da ulteriori due bastonate di Scriven e Patton; le argomentazioni critiche erano ovviamente nel merito, relative all’oggetto valutativo e ai concetti espressi da Fetterman. Questa caustica capacità di intervenire, entro la propria comunità scientifica e di pratiche, senza sconti e ammiccamenti, manca completamente da noi; io suggerirei di recuperare questo dibattito (e molti altri presenti nella letteratura anglosassone) a tutti i curatori di collane, comitati redazionali di riviste scientifiche, responsabili di corsi in cerca di relatori.
Tornando alla frammentazione degli approcci, io leggo di valutazione di genere, femminista e intersezionale; antirazzista, anticolonialista; e l’antica e sempreverde partecipativa, votata all’empowerment etc. Che sono tutte cose politicamente belle e sottoscrivibili ma che, oltre ad alimentare bei dibattiti e semmai qualche cattedra, credo che alla fine trovino il medesimo punto di caduta: dopo le chiacchiere devono valutare la politica, o il programma, progetto, servizio, quello che si continua a chiamare orrendamente evaluando (sì, sono stato in parte responsabile di questo obbrobrio, me ne sono scusato già molti anni fa).
Perché a questo punto della mia riflessione io vedo un bivio: o la valutazione è solo teoria sulla valutazione (e tanti, tanti colleghi accademici mi sembrano collocarsi in quest’area) oppure, a un certo momento, dopo averci spiegato quanto sia importante l’empowerment, dopo averci edotto sulla necessità di approcci attenti alle differenze di genere, e così via, qualcuno deve chiedere qualcosa a qualcun altro (ciò che si chiama ‘ricerca valutativa’), e in base a quelle risposte proporre una sintesi (ciò che propriamente chiamiamo ‘valutazione’ in senso stretto) con percorsi inferenziali chiari ed espliciti.
Se non siamo d’accordo su questo, significa che ultimamente mi sono distratto un po’, e la valutazione è diventata un ambito di confronto dialettico sterile, dove nessuno si prende la briga di costruire il dato valutativo.
Io ritengo che la valutazione (in senso generale) sia sempre e solo questo:
È assolutamente evidente che la scienza non è mai neutrale, e che ogni valutatore porta con sé il proprio fardello ideologico; questa verità è nota dai tempi di Weber (L’“oggettività” conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale, del 1904; lo potete leggere qui), e ampiamente ripresa da Gunnar Myrdal (Objectivity in Social Research, New York, Pantheon Books, 1969; lo trovate qui).
Come si esce dal problema dell’imprinting ideologico? Ovviamente non se ne può uscire, salvo confermandoci reciprocamente alcune cautele/promesse:
Dopodiché ognuno giudica come crede, come può e come sa. Se leggo una valutazione che parte da premesse smaccatamente ideologiche (per quanto possa, politicamente, condividerle) tali da piegare ad esse il disegno della ricerca, la costruzione del dato e le successive inferenze, la considero subito falsata, quindi scadente. Se – per fare un esempio in voga – si dichiara con profusione di parole che si è realizzata una valutazione partecipata, perché la partecipazione porta consapevolezza, offre dignità, conduce al rafforzamento dei diritti civici, e non si spende una sola parola sul fatto che la partecipazione, oltre a tali magnifiche sorti, e progressive, è necessaria per produrre dati di un qualche significato, e quindi ha un valore metodologico (Walter Antonio Canu, “La facilitazione valutativa nell’approccio partecipativo”, RIV – Rassegna Italiana di Valutazione, n. 95, 2026; lo trovate qui), allora stiamo effettivamente parlando di due cose differenti: voi parlate di attivismo politico, io di metodo.
Il metodo
Il mio punto di vista è sempre stato chiaro: la valutazione, come pratica di studio, ricerca e intervento, si basa sulla ricerca valutativa, che altro non è che ricerca sociale applicata alle politiche pubbliche (e temi affini).
E la ricerca sociale è metodo.
E il metodo è un linguaggio, organizzato in modo da essere condivisibile, per quanto possibile, argomentabile e quindi contro argomentabile (il che rinvia alla comunità di pratiche e scientifica).
Sarò piuttosto veloce nell’esposizione, perché ho cercato di chiarire estesamente i concetti che esporrò qui brevemente in altri lavori (specialmente Claudio Bezzi, La costruzione del dato nelle scienze sociali, FrancoAngeli, 2022; rinvio a questo testo per l’eventuale approfondimento di concetti importanti che qui non ho spazio per approfondire: cosa sia realmente ‘metodo’; perché – con una brevità che potrebbe parere eccessiva – dico che la ricerca sia ‘chiedere qualcosa a qualcuno’; cosa significhi ‘costruire il dato’; eccetera).
Nella mia vita professionale ho avuto modo di leggere moltissime valutazioni e progetti valutativi; negli ultimi anni, come consulente di una grande organizzazione non profit che intendeva selezionare dei valutatori, ne ho lette moltissime, e ho interloquito con molti colleghi. Le proposte metodologiche (perché, dopo le chiacchiere, bisognerà pur dire a fronte di quali attività si emetterà fattura) sono state, di norma, praticamente senza eccezioni rilevanti, non tanto povere e modeste (povere in che senso, modeste sotto quale profilo?) ma sostanzialmente fatte in serie sulla base di un paio di tecniche stranote (solitamente non meglio precisate ‘interviste’ e gli immancabili – e molto economici – focus group), colorate con parole d’ordine alla moda; per esempio, le proposte erano spesso basate (negli intenti dichiarati) su metodi misti (mixed method) confondendo quell’approccio epistemologico, prima ancora che metodologico, con la giustapposizione di due o più tecniche non dialoganti; oppure l’immarcescibile partecipazione, che è politicamente corretta, ma poi? Cosa significa in pratica? Non viene mai spiegato; o ancora la controfattualità, che pochi sanno cosa veramente sia e nessuno è in grado di mostrarla realmente (ciò che viene definito tale è, di regola, o un’altra cosa o – con quelli bravi – una cosa che nell’ambito del dibattito controfattuale viene senza apparente ironia chiamata ‘quasi controfattuale’).
Dopo questi bei preamboli (ne ho parlato approfonditamente qui: Claudio Bezzi, La proposta di valutazione scritta bene, Bonanno editore, 2023), la parte tecnica riguarda solitamente, come detto, interviste e focus group. Interviste: come intendete farle? Via computer. Ma sono minori, vanno alle elementari, come fate? Beh, si fa…
Ignorare gli enormi limiti delle interviste fatte via computer e non sapere, anzi: non capire, che questioni di psicologia dell’età evolutiva dispongono totalmente a sfavore di questo approccio, e non capirlo neppure se direttamente avvertiti, costituisce la mancanza di capacità critica e metodologica di un numero rilevante di colleghi (per essere chiari: accademici e non).
Altra questione: vedo (ho visto) relazionare sul 34,27% di qualcosa, e non saperlo spiegare. Cosa significa 34,27%? Se il risultato fosse stato, poniamo, 34,28, sarebbe stato diverso? E 35,01? 37,61? Quei numeri, scritti sulla sabbia, hanno un potere suggestivo che ha finito per convincere il valutatore, il finanziatore, il pubblico che deve fruire di quel risultato; ci si rende conto che non significano assolutamente nulla se non collocati in una cornice comprensiva, giustificativa, esplicativa? Che è esattamente la cornice in cui dovrebbe muoversi il valutatore.
Ancora: il linguaggio gioca un ruolo fondamentale nell’interazione valutativa. Tutto è linguaggio, e quel ‘chiedere qualcosa a qualcuno’ significa esprimere concetti, nati nella testa del ricercatore, che sono intesi diversamente dagli interlocutori, i quali rispondono a una cosa differente da quella per la quale sono stati interrogati ma, tale risposta, è comunque piegata, dal ricercatore, entro la sua cornice cognitiva (qui i riferimenti bibliografici riempirebbero le prossime tre pagine; ve li risparmio). Tempo fa dovevo indagare su un progetto rivolto a minori extracomunitari non accompagnati, dove i ragazzi più anziani (come soggiorno) riuscivano a malapena a prendere l’autobus e dire grazie e prego. Come interagire con loro? Insistendo a interrogarli? Semmai via PC? Utilizzando un mediatore culturale? Io mi sono inventato un gioco di ruolo relativo ad alcuni loro interessi vitali, e attraverso il gioco abbiamo interagito (Claudio Bezzi, La valutazione dei laboratori artistici di Civico Zero a Roma, che trovate qui). Perché la valutazione, essendo metodo, e quindi linguaggio, si deve adattare al contesto, agli attori e al loro linguaggio, agli obiettivi, e se le interviste non si possono fare occorre inventarsi l’approccio, la tecnica, il contatto.
Riassumo ciò che ho scritto qui, perché potrebbe apparire sconnesso: i) le banalità di moda ostentate come scaturigini del proprio metodo, che poi sono 100 interviste via PC e 2 focus group; ii) credere che un’analisi statistica, con doppio decimale, di interviste fatte chissà come, sia il massimo della precisione e finirla lì; iii) non riconoscere il problema linguistico, non avere contezza di come nascono i concetti nella testa della gente e di come, di conseguenza, vengono ‘costruite’ le risposte; iv) non sapere cosa sia esattamente un metodo adatto al contesto, da adattare al contesto, da costruire ex novo in un dato contesto; tutto questo, che è largamente presente nel nostro campo scientifico e professionale, è esattamente il contrario della necessaria riflessione metodologica sulla quale desidero indirizzare la vostra attenzione.
Cosa costituisce l’essenza della valutazione
Lasciate perdere, al momento, le vostre convinzioni etiche, che c’entrano col metodo ma forse non nel modo che credete (ci torno alla fine di questo testo). Potete essere valutatori di destra o di sinistra, femministe o anticolonialisti, potete essere appassionati di Street Level Evaluation, di Principles-Focused Evaluation o della Blue Marble Evaluation ma, alla fine, dovete chiedere qualcosa a qualcuno, poi dovete inferirne una sintesi (il tema dell’inferenza è fondamentale, ne ho scritto molto nel mio già citato La costruzione del dato).
Non potete chiedere qualunque cosa, in qualunque modo, a qualunque persona, e la selezione del cosa chiedere, come, a chi, è ciò che si chiama metodo.
Non potete inferire qualcosa a capocchia, perché vi piace, perché è affine alla vostra visione del mondo, perché anche il ragionamento, l’interpretazione e le inferenze hanno regole, modi, procedure, anche se probabilmente con questi termini (in particolare ‘procedure’) rischio di fuorviarvi (ci sono diversi testi, ovviamente, su questo tema; fra tutti suggerisco Berth Danermark, Mats Ekström, Liselotte Jakobsen e Jan Ch. Karlsson, Explaining Society. Critical Realism in the Social Sciences, Routledge 2002, perché, sulle orme di Peirce, esplora la più fenomenale delle inferenze, l’abduzione, che dovrebbe costituire la vera sfida del ricercatore, anche valutativo, insegnandoci che passare dai dati alla spiegazione richiede un lavoro intellettuale specifico, che non si esaurisce nell’applicazione delle tecniche di raccolta o nella sintesi dei risultati).
Questo è un lavoro di pazienza, mentalmente faticoso, a volte esasperantemente lento, che può essere paragonato a quello dei miniaturisti medievali. Si può costringere a fatica dentro una professione che deve sopravvivere nel mercato, si può costringere a fatica dentro una cattedra che ha rituali accademici da rispettare.
L’essenza è il metodo. O i valutatori si riconoscono nel metodo, oppure sono sociologi che fanno delle cose valutative, economisti che applicano loro modelli in contesti chiamati valutativi, psicologi, antropologi, scienziati sociali di vario genere prestati a questo bizzarro campo d’indagine.
È nel metodo che avviene il dialogo. Di converso, ogni persona che fa valutazione (ricerca valutativa) è un metodologo. Deve esserlo.
È in questo momento che rientra il problema delle ideologie (essere di sinistra, essere femministe, essere pro o contro qualcosa), perché è ampiamente dimostrato che la ricerca non è neutra (ne abbiamo già accennato).
Qui, in realtà, si fa sempre confusione, e mi voglio sbarazzare di un equivoco importante generato dall’erronea sovrapposizione semantica fra ‘metodo’, ‘tecnica’, ‘procedura’ etc. Senza insistere qui sulla purezza terminologica (che resta fondamentale), mi spiego con un esempio banale: che una scala a 7 intervalli sia, sotto diversi profili, migliore di una a 27, è facilmente argomentabile in termini abbastanza definitivi, e non è una questione di destra o sinistra. Se però la scala, con il numero giusto di intervalli, ha ancoraggi semantici viziati (per esempio: Lei come giudica il governo in carica? Molto bene, Bene, Abbastanza bene, Sufficiente, Bene e male in egual misura, Abbastanza male, Male), la distribuzione delle risposte viene distorta e il risultato è falso (non affidabile). Se l’ho fatto apposta per compiacere il destinatario della ricerca sono un bandito; se non l’ho fatto apposta sono un ignorante.
L’esempio è plateale ed estremo (ma ci sono casi documentati) e mi serve per segnalare che una forte appartenenza ideologica, il desiderio di dimostrare una tesi politica, o sociale, il forte senso identitario, e altro, possono portare il ricercatore a viziare gli strumenti che utilizza nella sua ricerca, producendo, volutamente o inconsapevolmente, un risultato affine alle proprie idee preconcette.
Queste forme grossolane di distorsione si possono smascherare ripercorrendo l’indagine e verificando gli strumenti. Nella mia esperienza appartengono ormai soprattutto al passato: la crescita della comunità scientifica e professionale, e la diffusione delle competenze metodologiche, hanno reso sempre più difficile permettersi manipolazioni così palesi o errori così elementari. È in questo senso che le considero residuali.
Ma c’è un problema più profondo, che non è affatto una distorsione e che è ineliminabile.
Riguarda il fatto che il linguaggio è fortemente influenzato dall’etica (in senso piuttosto lato che spero chiaro nella lettura). Il linguaggio è di per sé non neutrale, e tale non neutralità dipende dalla visione del mondo degli attori coinvolti nel dialogo, per esempio il ricercatore e gli attori del contesto, l’intervistatore e l’intervistato, il valutatore e gli stakeholder.
La visione del mondo include i problemi dell’adesione a una ideologia, l’appartenenza religiosa, la classificazione degli eventi in Bene e Male e così via; ciascuno di noi ha la sua visione, pochissimo negoziabile, che influisce in tutto ciò che facciamo, incluse le attività pertinenti alla ricerca valutativa. Il problema ha una profondità da capogiro, e ovviamente qui non la posso trattare, salvo rinviare a Charles Taylor, The Language Animal. The Full Shape of the Human Linguistic Capacity, Harvard University Press, 2016, per approfondire come il linguaggio costruisca il senso della realtà che percepiamo, ma ancora di più Hilary Putnam, Fatto/valore. Fine di una dicotomia e altri saggi, Fazi, 2004, specie il secondo capitolo, che ci porta diritto sul tema di come valutiamo i fatti, come attribuiamo loro valore.
Ed è qui che si scontrano, senza possibilità di sintesi, le nostre ideologie. Non nella costruzione di una scala a 7 intervalli, o nel calcolo del chi quadro, ma nelle inferenze che necessariamente facciamo: prima della costruzione del dato, quando immaginiamo un disegno della ricerca, e moltissimo dopo che il dato è stato costruito quando, come valutatori, dobbiamo inferirne una sintesi valutativa. E qui, ne sono convinto, non ci sono mediazioni di sorta. Si chiama pluralismo e va bene così, ciascuno si assume la responsabilità del punto di vista che propone.
La piazza dove ci dobbiamo trovare tutti
L’Agorà dove ci incontriamo tutti, noi valutatori, si chiama mandato valutativo, che è l’unica questione che differenzia i ricercatori sociali in generale da quelli valutativi.
In breve, il ‘mandato’ riguarda lo scopo della ricerca; qualunque ricerca ha uno scopo, non solo quella sociale: lo sviluppo di un vaccino, lo studio della stabilità di un ponte, l’indagine sui buchi neri… Restando nel campo delle scienze sociali lo scopo è la verifica di un’ipotesi, l’approfondimento di una presunta regolarità socio-economica, l’osservazione delle conseguenze a uno stimolo… C’è sempre uno scopo, ovviamente, come c’è sempre un’utilità nella ricerca, una sua applicazione. E anche nella ricerca ‘accademica’ ci sono vincoli da rispettare (di budget e organizzazione, di pressioni da parte di membri della comunità scientifica che si devono blandire…). Ma è nella ricerca valutativa che osserviamo come questi vincoli, in vista di una immediata applicabilità, da semplici elementi di cui tenere conto per poi proseguire con una discreta libertà di azione diventano parte integrante della ricerca. Il contesto, nella ricerca valutativa, non è semplicemente un territorio anziché un altro, ma parte del problema da analizzare; gli stakeholder non sono banalmente i referenti ai quali rispondere, ma gli elementi che impongono gli obiettivi operativi, disegnano (almeno inizialmente) la natura del problema da indagare, consentono oppure no l’intrapresa di certi percorsi di analisi, possono condividere o rigettare le conclusioni del valutatore; il tipo di istituzione per la quale si lavora e le relazioni che questa intrattiene con altre, incluse le eventuali conflittualità, i tempi storici che rendono più o meno sensibili certi stakeholder in vista di scadenze politiche, gli interessi in gioco, che sono sempre interessi pesanti sotto diversi profili, tutto questo rende, la valutazione, qualcosa di differente dalla ricerca tradizionale o accademica. E tutto questo, la necessità di riconoscere questi elementi, e quanto tutti questi influenzino (e condizionino) il disegno della ricerca valutativa, è assolutamente peculiare di questo campo di indagine. La necessità di capire il contesto, di interagire adeguatamente con gli stakeholder, eccetera, io l’ho sempre chiamata ‘costruzione del mandato valutativo’. Il mandato valutativo si costruisce con un’indispensabile interazione con gli stakeholder e definisce cosa fare ma, soprattutto, perché si debba fare, con quali risultati cognitivi attesi.
Ho passato la mia vita professionale a elaborare e applicare questo concetto, e mi pare che sia abbastanza comune, oggi, nella comunità dei valutatori; per chi volesse approfondire non posso che rimandare al mio Manuale di ricerca valutativa, FrancoAngeli, 2021.
Accade quindi questo, per completare la descrizione del metodo della ricerca valutativa:
Questa è la valutazione (ricerca valutativa + valutazione in senso ristretto).
Il punto 2, come ho già spiegato, riguarda il metodo inteso come costruzione del dato e, salvo eclatanti incompetenze o palesi frodi ideologiche (che la comunità scientifica e professionale è in grado facilmente di smascherare), è il luogo dove tutti convergiamo e troviamo identità, in quanto metodologi: qui i sociologi, gli economisti e gli altri scienziati sociali possono portare approcci e tecniche differenti, ma reciprocamente comprensibili, perché lì c’è il nostro lessico condiviso.
Il punto 3, come accennato, rispecchia i differenti linguaggi; qui troviamo le nostre differenze che sono solo parzialmente disciplinari e, solitamente, afferiscono alle diverse etiche individuali. Questa insuperabile differenza, che produce ovviamente importanti diversità nell’interpretazione dei medesimi dati, ha a che fare con la deontologia e preferisco non avvitarmi su questo problema e le sue possibili conseguenze.
Il punto 1, quello sul mandato, è la piazza dove ci incontriamo. Anche questo può essere fortemente influenzato dalle ideologie, dalle sovrastrutture personali, dalle appartenenze politiche (certamente quelle dei finanziatori e beneficiari), ma credo anche che qui si distingua il professionista capace di autocontrollo e distacco. Il professionista che va elaborando il mandato, dovendo confrontarsi coi portatori di interesse, non può veramente credere di ingannarli, subornarli, manipolarli. Il finanziatore sborsa soldi che deve rendicontare, l’utilizzatore ha un problema e ha l’urgenza di risolverlo, i diversi operatori hanno interessi di parte e così via: il valutatore infingardo avrebbe vita breve. Se poi, nei casi migliori, il valutatore è un team di professionalità e culture differenti, questo fa da cassa di compensazione alle varie istanze ideologiche individuali, laddove ci fossero. Il mandato, infine, non è un patto segreto ma un impegno reciproco, trasparente, pubblico; se fosse palesemente viziato sarebbe facilmente denunciato da chi, dalla valutazione, teme di rimettere.
Quindi il momento dell’elaborazione del mandato valutativo, che è il momento tipico in cui ci distinguiamo da qualunque altro ricercatore tradizionale (ho sperimentato numerose volte che gli accademici che si imprestano temporaneamente alla valutazione non capiscono l’importanza del mandato, e tendono a saltarlo a pie’ pari), è il luogo dove ci incontriamo; il metodo è ciò che ci unifica; l’inferenza valutativa è ciò che ci torna a distinguere.
Claudio Bezzi
Perugia, 3 ottobre 2026
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